CINQUANTA SFUMATURE DI… STOUT

CINQUANTA SFUMATURE DI… STOUT

 

Per il nostro approfondimento sulle birre scure, in particolare sulle Stout e sulle Porter, abbiamo scelto il mese di marzo. Le ragioni sono almeno un paio.

La prima è, ovviamente, il Saint Patrick’s Day: nella giornata di San Patrizio ci sentiamo tutti un po’ irlandesi e sono milioni le persone che in tutto il mondo brindano con le specialità prodotte nell’isola verde. La parte del leone la fanno le Dry Stout, stile istintivamente associato all’Irlanda: tra le più emblematiche, citiamo O’Hara’s Irish Stout, grande classico dal 1996.

La seconda ragione è “climatica”: messo alle spalle il rigido inverno e con esso la voglia di scaldarsi con birre particolarmente alcoliche e strutturate, è pur vero che la stretta del caldo è ancora troppo debole per farci sentire la necessità di una fresca Pils o di una Blanche.

È il periodo giusto, insomma, per dedicarsi alla riscoperta di uno stile che, dopo il grande boom nella Londra settecentesca, ha vissuto di alti e bassi fino ad oggi, quando sembra pronto ad un rilancio su scala mondiale.

 

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Parliamo di Stout e parliamo di Porter, due facce di una stessa medaglia, o meglio ancora due terreni vicini dai confini labili e imprecisi.

La storia ci racconta che le prime Porter vennero prodotte a Londra attorno agli anni Venti del ‘700: brassate con malti scuri, dovevano il loro nome al pubblico per cui erano state idealmente concepite, i facchini e, più in generale, i lavori delle classi inferiori. Presto si diffusero delle versioni più robuste delle Porter, chiamate “Stout Porter”, in seguito definite semplicemente “Stout”.

In Irlanda questi stili presero piede verso la fine del diciottesimo secolo, proprio per contrastare il successo delle nuove birre provenienti dall’Inghilterra. Un successo che nel resto dell’Europa venne presto arginato dalla diffusione su scala continentale delle Pils ceche e tedesche, ma che oltre la Manica continuò a fare proseliti fra birrai e consumatori.

 

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Tornando alle caratteristiche, basta dire che le Stout sono delle versioni “più potenti” delle Porter per spiegare la differenza tra i due stili? Forse questo era sufficiente nella Londra del Settecento, ma oggi non è più così semplice. Anche le principali organizzazioni mondiali, dal BJCP (Beer Judge Certification Program) al CamRA (Campaign for Real Ale) non sono concordi ed esplicite nell’individuare le proprietà tecniche che deve avere una Porter a confronto con una Stout.

In linea di massima si può affermare che nelle Porter prevalgano tendenzialmente i malti scuri, mentre nelle Stout quelli fortemente tostati: il risultato si può percepire alla vista, con un colore nero profondo e impenetrabile nelle seconde che lascia invece spazio a qualche riflesso rubino nelle prime, e al gusto, con le Stout che dovrebbero risultare più secche e affumicate.

“Dovrebbero”, il condizionale è d’obbligo, perché nella realtà dei fatti la Porter prodotta da un birrificio potrebbe essere più “robusta” della Stout prodotta da un altro, e viceversa.

Non resta che scoprire come ogni birraio abbia deciso di interpretare questa diatriba e il metodo migliore è proprio degustarne le due tipologie: ad esempio quelle di Porterhouse, da parecchi anni punto di riferimento irlandese, oppure quelle dell’americana Sierra Nevada, capace di rivoluzionare a suon di luppolo anche questi due classici stili britannici.

 

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