Il lungo viaggio delle India Pale Ale

Il lungo viaggio delle India Pale Ale

Se la si guarda, per così dire, dall’alto la storia della birra, e il suo millenario rapporto con l’essere umano, sembra essere un continuum ininterrotto. Compagna fedele e quotidiana di tutte le civiltà. A prescindere quasi dalla latitudine e dalla longitudine.

Ma questa storia mondiale ha conosciuto anche delle specie di “big bang” ovvero dei momenti nei quali si è verificata un’esplosione che ha incontrato nuovi gusti e decretato successi planetari. Alcuni esempi ci sono dati dall’affermazione, ad esempio, delle porter e successivamente, delle pils. Le prime hanno conosciuto fortune alterne, le seconde invece non sembrano ancora accusare segni di stanchezza.

Il caso delle India Pale Ale, più conosciute semplicemente come Ipa, assomiglia più al primo caso che al secondo. Il termine nasce ufficialmente nel 1803, quando su un giornale di Londra un birrificio pubblicizza con questa definizione la sua birra, ma in realtà al tempo le Ipa avevano già una cinquantina d’anni sulle spalle.

Non sono nate, come si è spesso portati a pensare, come specifiche birre per la più grande colonia britannica, l’India, bensì come October Ales. Ovvero birre di alta fermentazione, prodotte in autunno e solitamente fatte maturare in cantina per circa 18 mesi. Birre  per questi motivi alcoliche e molto ben luppolate.

Tuttavia si scoprì ben presto che queste birre sopportavano meglio di tutte le altre il lungo viaggio per raggiungere la lontana colonia e che la popolazione britannica che lì viveva e lavorava rappresentava un interessante mercato commerciale.

I primi a scommettere su queste birre furono aziende come Hodgson, Allsopp e Bass e agli inizi dell’800 nacque il nome che le avrebbe consacrate fino ai giorni nostri. Anche perché, nel frattempo, la richiesta di Ipa stava crescendo moltissimo pure in Madrepatria. Prima tra chi tornava dall’India, poi in generale.

Ma il successo iniziale non durò a lungo. Il “big bang” delle pils fece cambiare i gusti della gente e per le Ipa iniziò un declino tale che, agli inizi del Ventesimo secolo, solo pochi birrifici britannici producevano ancora Ipa. E con loro venne praticamente quasi dimenticata la tecnica, oggi tornata ampiamente in vigore, del dry-hopping.

Ma le Ipa avrebbero avuto presto la loro rivincita. Che tuttavia arrivò da un’altra ex colonia dell’Impero. Quegli Stati Uniti che, a partire dalla metà degli Anni Settanta, stavano conoscendo un formidabile “rinascimento” birrario con non solo nuove aperture di birrifici ma anche con la riscoperta di parecchi stili europei tradizionali.

Tra i quali ci fu anche quello delle Ipa. La riscoperta americana si basò su un fattore decisivo: le varietà aromatiche di luppoli che si coltivavano in alcune zone degli States (Yakima Valley ma non solo).

Nomi come Cascade, Amarillo, Centennial, Citra, Simcoe e tanti altri, da quasi sconosciuti che erano divennero in breve tempo famosissimi. Regalavano a queste nuove Ipa (che non a caso avrebbero presto mutuato nome in Apa ovvero American Pale Ale) inusitati aromi agrumati di pompelmo e di cedro, balsamici di resina e di pino.

Il successo fu quasi incendiario e aprì la strada a delle “sperimentazioni sul tema”. Il ricorso all’antica tecnica del dry-hopping e una certa tentazione a eccedere fece nascere ad esempio le Double o Imperial Ipa. Più alcoliche delle sorelle minori, più cariche di aromi luppolati grazie a un dry-hopping più lungo. E poi ci fu anche chi decise di provare malti scuri per dare vita alle Black Ipa e frumento non maltato come nelle Witbier per creare le White Ipa.

Il clamoroso ritorno di quella che era diventata così la grande famiglia delle Ipa dilagò infine oltre i confini degli Stati Uniti d’America. Infiammò l’Europa, i giovani emergenti birrai danesi e norvegesi, i creativi italiani, perfino i tradizionalisti belgi, tedeschi e britannici e andò oltre come la grande mareggiata tanto attesa di Un mercoledì da leoni arrivando in Giappone e in America Latina.

Oggi l’universo Ipa è talmente ampio e diversificato che quasi ogni birrificio del pianeta produce una birra “in stile”. Alcuni prediligono l’alcolicità, altri il profilo aromatico, altri ancora l’equilibrio e la bevibilità.

Il numero di luppoli disponibili per caratterizzare una IPA è tale che ogni birraio ha la possibilità di creare un suo proprio bouquet, quasi una firma personale. Forse è questo il maggiore punto di forza di questo tipo di birre, di certo il loro ritorno sulla scena mondiale non è un fuoco fatuo né una moda passeggera.

Il palato dei consumatori ha scoperto nuove frontiere e oggi è più ricco di ieri. Nessuno saprà o potrà rinunciare a questa ricchezza.