LA BIRRA INGLESE: DALLE BITTER AI BARLEY WINE

LA BIRRA INGLESE: DALLE BITTER AI BARLEY WINE

 

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Il mondo brassicolo anglosassone è uno dei più ricchi e variegati in assoluto: dalle leggere e scorrevoli Bitter, ideali “session beer”, ai complessi ed alcolici Barley Wine, ecco una breve panoramica su una delle più ricche culture birrarie del pianeta.

 

 

È scoperta di pochi giorni fa che la birra nacque più di dieci millenni fa nella zona di Israele. Fino a ieri si pensava che le prime birre venissero prodotte e bevute in Mesopotamia e in altre zone limitrofe fra l’Africa e l’Asia, arrivando fino in Egitto e poi in Cina.

Ma pochi sanno che anche le popolazione d’oltremanica, zona geografica difficile per la coltivazione della vite ma particolarmente predisposta per quella dell’orzo, cominciarono a far fermentare una bevanda a base di cereali più o meno contemporaneamente a egiziani e cinesi. Siamo oltre 5.000 anni fa, secolo più secolo meno, e stiamo gettando le basi per l’introduzione della birra in Europa. Furono infatti queste tribù celtiche che, migrando in Germania prima e incontrando i romani poi, diffusero la birra nel continente.

Se nelle zone centrali dell’Impero Romano si beveva principalmente vino, la nuova birra proveniente dal nord non veniva disprezzata, seppur considerata “barbaro vino d’orzo”. Fatto sta che pian piano la bevanda originaria dell’odierna Gran Bretagna cominciò a diffondersi e a conquistare sempre più appassionati.

 

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Una crescita che ebbe un “boom” nel corso del Medioevo, visto che la bollitura e il grado alcolico la rendevano più salutare rispetto all’acqua. In quel periodo erano le “ale wives”, in Inghilterra, ad occuparsi tanto della produzione quanto della vendita: fare birra, fra il 14° e il 17° secolo, era principalmente un mestiere da donna.

Fu nel 1700 che, complice la rivoluzione industriale, la birrificazione divenne un business molto più grande e, ancora una volta, fu l’Inghilterra a trainare l’innovazione tecnologica: l’inserimento di macchine a vapore e frigoriferi permetteva di produrre birra con maggiore continuità, a dispetto delle stagioni, e con una costanza qualitativa molto più affidabile. Si svilupparono così le Porter e le India Pale Ale, ma sono cose di cui abbiamo già parlato…

È in questo periodo, comunque, che nascono alcuni marchi storici, ancora oggi attivi e amatissimi dagli appassionati di birra britannica, come Morrells di Oxford. Inizialmente nota come Lion’s Brewery e fondata nel 1743 sulle rive del Tamigi, la birreria venne acquistata completamente dalla famiglia Morrells nel 1782.

 

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Il secolo successivo vedrà la fondazione di altri importanti birrifici: tra questi Robinsons, Marston’s, Theakston. La storia di quest’ultimo è particolarmente legata alla tradizione delle Real Ale, birre maturate all’interno dei cask e servite direttamente da questi mediante un sistema di spillatura a pompa. Le birre in cask firmate Theakston, disponibili in Italia su prenotazione secondo un calendario stagionale, sono più delicate e complesse da stoccare e da conservare, ma hanno un aroma ricco, un corpo pieno ma scorrevole, grazie anche alla bassissima quantità di CO2.

Anche la Eldridge Pope Brewery nacque in questo periodo. Il birrificio di Dorchester ha chiuso i battenti alla fine del Novecento, ma ha fatto e continua a fare la storia la sua invenzione più amata: la Thomas Hardy’s Ale, il Barley Wine per eccellenza. Una specialità in edizione limitata, come testimoniano le bottiglie numerate e millesimate, dall’imponente gradazione alcolica e dalle molteplici sfumature aromatiche capaci di evolversi nel corso dei lunghi anni di maturazione in cantina. Una birra di “nicchia”, eppure talmente amata da essere rinata per due volte, prima grazie al birrificio O’Hanlon’s e successivamente, ai giorni nostri, grazie ai fratelli Vecchiato e al know-how del mastro birraio inglese Derek Prentice.

Insomma la birra in Inghilterra è decisamente “una cosa seria”, parte integrante dell’identità e della cultura anglosassone; una storia che va oltre la pinta “calda e senza schiuma” che l’immaginario mainstream di tanto in tanto ci propina.

 

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