La birra biologica, tra mito e realtà

La birra biologica, tra mito e realtà

Un legame, quello tra la birra e i campi dove vengono coltivate le materie prime con cui viene prodotta, che viene sempre più valorizzato dai birrifici: c’è chi lo fa per “moda”, sottolineando aspetti non particolarmente determinati per il sapore finale della birra, e chi in maniera virtuosa riesce a trasmettere la vera essenza del concetto di “naturalità” attraverso la bevanda prodotta. Ovviamente è a questi ultimi che ci siamo ispirati per questo numero di Birra per Passione…

Partiamo dal concetto di agricoltura biologica: secondo la Federazione Internazionale dei Movimenti per l’Agricoltura Biologica, gli obiettivi sono quelli di salvaguardare la naturale fertilità dei terreni, promuovendo le risorse locali e la biodiversità, ridurre o eliminare del tutto fonti di inquinamento e produrre elementi di elevata qualità, seppure in quantità minori.

Nella pratica questi obiettivi vengono perseguiti soprattutto evitando i prodotti chimici, sia per la fertilizzazione del terreno che per la lotta ai parassiti. Prodotti chimici che possono essere sostituiti con alternative naturali o con altri metodi tradizionali, ad esempio con la rotazione delle colture.

Ovviamente un’agricoltura con questa impostazione ha una resa per ettaro decisamente inferiore e necessita di maggiori attenzioni, sia in termini di tempo che di risorse.

I prodotti provenienti da queste coltivazioni vengono esaminati attentamente in tutta la filiera da enti di certificazione che solo dopo aver ottenuto tutte le garanzie del caso rilasciano l’attestato di “prodotto biologico” e autorizzano l’utilizzo del marchio.

 

La Timilia, coltivata secondo i metodi dell'agricoltura biologica, ingrediente principe di Birra Antoniana Ponte Molino

 

Tornando al nostro settore, non basta acquistare una di queste materie prime per ottenere una birra biologica. Anche la trasformazione degli ingredienti “bio” deve seguire un rigido disciplinare, garantendo che dalla maltazione dell’orzo al confezionamento della birra la materia prima non venga “compromessa” con additivi chimici o tramite il contatto con prodotti non biologici.

Anche in questo caso è necessario superare un meticoloso audit di certificazione per poter vantare il celebre il logo verde. Solo con tale simbolo in etichetta una birra può essere definita “biologica”.

Una tematica particolarmente sentita, oggi, anche dai grandi nomi della birra speciale: perfino i monaci trappisti, nello specifico quelli dell’abbazia olandese di Koningshoeven, hanno deciso di produrre una birra bio. Si tratta di La Trappe Puur, presentata nel 2010 e primo esemplare della lunga storia delle birre trappiste a potersi fregiare del simbolo europeo di organic product, il cosiddetto “euro-leaf”. Una birra che esprime sin dal profumo il carattere dei luppoli biologici, coltivati direttamente nei campi adiacenti il monastero. La sua purezza e il suo legame con la natura vengono amplificati dal fatto che l’energia necessaria per produrre la Puur viene ottenuta totalmente da fonti rinnovabili.

 

Schneider Weisse durante una selezione di luppoli (a sinistra) e frumento (a destra) nei campi dell'Hallertau

 

Anche nella straordinaria gamma di Schneider Weisse è possibile imbattersi in un prodotto con certificazione bio, rilasciata dall’ente tedesco Naturland: si tratta della Meine Festweisse, o semplicemente “TAP 4”, la Weissbock che il birrificio portava all’Oktoberfest fino agli anni Quaranta. Anche in questo caso la certificazione di prodotto biologico è solo la punta di un iceberg fatto di attenzione alle materie prime del proprio territorio, che nel caso di Schneider Weisse significa un profondo legame con i produttori di luppolo e cereali della regione dell’Hallertau.

L’agricoltura biologica non è di per sé garanzia assoluta di qualità, ma può valorizzare le peculiarità di un territorio e delle sue materie prime; tocca al mastro birraio, poi, comprendere le potenzialità di questi ingredienti e trasformarli in birre dal sapore unico, distintivo, che siano certificate o meno.

Vista in quest’ottica l’agricoltura bio può essere di ispirazione anche per prodotti e produttori che scelgono di seguirne i valori, come fanno alcuni coltivatori del grano timilia in Sicilia (salvaguardando l’antica tradizione trapanese del Pane Nero di Castelvetrano), del grano Solina in Abruzzo, o del mais Biancoperla in Veneto. Tre Presìdi Slow Food che danno vita ad altrettante birre prodotte dal Birrificio Antoniano.